Tax Control Framework e adempimento collaborativo: la nuova frontiera della compliance fiscale

Knowing good advice Negli ultimi anni il rapporto tra imprese e fisco in Italia è stato profondamente ridefinito da una serie di interventi legislativi che puntano a favorire la trasparenza e la prevenzione dei rischi fiscali. Il punto di svolta è stato il D.Lgs. 128/2015, che ha introdotto il regime di adempimento collaborativo, recentemente aggiornato e ampliato dal D.Lgs. 221/2023 e dal D.Lgs. 108/2024. Questo regime consente alle aziende di instaurare un confronto costante e preventivo con l’Agenzia delle Entrate, con l’obiettivo di risolvere le questioni fiscali prima ancora che si trasformino in contenziosi. Le modalità operative sono state dettagliate dal decreto MEF del 6 dicembre 2024 e dal provvedimento dell’Agenzia delle Entrate n. 450193 del 17 dicembre 2024, che ha approvato il nuovo modello di adesione. L’accesso a questo regime, che nei prossimi anni sarà aperto anche a imprese di dimensioni medie (la soglia scenderà progressivamente da 750 a 100 milioni di euro di ricavi), richiede che l’organizzazione sia dotata di un Tax Control Framework (TCF) efficace e certificato. Il TCF è un sistema strutturato di procedure e controlli interni che permette di individuare, valutare e gestire i rischi fiscali in modo sistematico, garantendo la tracciabilità delle decisioni e la trasparenza verso l’amministrazione finanziaria. Operativamente, le imprese che intendono aderire al regime dovranno dotarsi di un TCF conforme alle linee guida dell’Agenzia delle Entrate (provvedimento 10 gennaio 2025 n. 5320), integrato nel sistema di governance aziendale; far certificare il sistema da professionisti indipendenti (avvocati o commercialisti iscritti agli albi, secondo il decreto MEF 12 novembre 2024 n. 212); predisporre una relazione annuale sul funzionamento del sistema da inviare agli organi di gestione; presentare domanda telematica di adesione tramite il modello approvato dall’Agenzia delle Entrate; mantenere un comportamento trasparente e collaborativo, comunicando tempestivamente i rischi fiscali rilevati e rispondendo rapidamente alle richieste dell’amministrazione. Il vantaggio per chi sceglie questa strada è concreto: riduzione o esclusione delle sanzioni amministrative per i rischi comunicati in tempo, esclusione della rilevanza penale per alcune violazioni, accorciamento dei tempi di accertamento e nessun obbligo di garanzia per i rimborsi fiscali. Il cuore operativo di questo sistema è il Tax Risk Assessment (TRA), che consiste nell’identificare i processi aziendali a rischio, mappare i rischi fiscali, valutarne la probabilità e l’impatto, e definire le attività di controllo e le soglie di tolleranza. Si parte dall’individuazione dei processi aziendali che possono generare rischi fiscali, si analizzano le aree più sensibili e si costruisce una mappa dei rischi che consente di orientare le decisioni. Per ogni rischio si valuta la probabilità e l’impatto, si definiscono le attività di controllo e si confronta il rischio residuo con la soglia di tolleranza. Questo approccio consente non solo di ridurre il rischio di errori e sanzioni, ma anche di migliorare la qualità dei processi e la reputazione dell’impresa. In un contesto in cui la compliance fiscale è sempre più vista come un fattore competitivo, adottare un TCF e un TRA strutturato significa investire nella sostenibilità e nella credibilità dell’organizzazione. Il quadro normativo è chiaro: il D.Lgs. 128/2015, integrato dai successivi interventi, non si limita a introdurre obblighi, ma offre alle imprese un’opportunità di dialogo e di certezza giuridica. Le semplificazioni previste, come la riduzione dei termini di accertamento e la possibilità di evitare sanzioni e responsabilità penali in caso di comunicazione tempestiva dei rischi, rappresentano un incentivo concreto. Tuttavia, per cogliere questi vantaggi occorre un impegno serio: investire in sistemi di controllo, formare le risorse interne, adottare procedure chiare e documentate. Non è un percorso immediato, ma è una scelta strategica che può fare la differenza in termini di competitività e di rapporto con le istituzioni. In definitiva, la nuova disciplina trasforma la gestione del rischio fiscale da semplice adempimento a leva strategica per la competitività e la reputazione aziendale, offrendo alle imprese strumenti concreti per affrontare con maggiore serenità e trasparenza il rapporto con il fisco. Chi saprà cogliere questa opportunità non solo ridurrà i rischi, ma potrà costruire un vantaggio competitivo basato sulla fiducia e sulla solidità dei propri processi. Anche chi non accede formalmente al regime può adottare il TCF come best practice, rafforzando la propria governance e preparandosi a un futuro in cui la gestione proattiva del rischio fiscale sarà sempre più centrale. Data di pubblicazione Autore Aree di attività Assistenza Fiscale (7) Assistenza Legale (2) Consulenza del lavoro (2) Kreston-TDL (1)

AI e diritti dei lavoratori: le tutele introdotte dalla Legge n.132/2025

Knowing good advice E’ sulla bocca di tutti, l’Intelligenza Artificiale ha fatto ormai da tempo irruzione nelle nostre vite ed è qui per restare. Essa genera aspettative di liberarci dai lavori più tediosi o di rendere accessibili quelli più complessi; rende possibili nuove opportunità di business, ma genera anche miraggi, allucinazioni e, soprattutto, paura per il futuro. In questo scenario, come si sta muovendo il Legislatore per garantire che l’IA venga utilizzata tenendo al centro l’essere umano? Con la Legge n. 132 del 23 settembre 2025 vengono definite le prime disposizioni in materia di regolarizzazione dell’utilizzo dei sistemi di IA. Si tratta del primo caso in Europa di quadro normativo nazionale che disciplina sviluppo, adozione e governance dei sistemi di IA nel solco del cosiddetto “AI Act europeo” (Regolamento UE 2024/1689).  Analizzando le parti di maggior interesse per il mondo del lavoro, l’articolo 11 della norma sancisce e rammenta che il ricorso a sistemi di intelligenza artificiale non può ledere i diritti inviolabili della dignità umana, né violare la riservatezza dei dati personali. A tale proposito, l’utilizzo dell’intelligenza artificiale deve possedere i caratteri della sicurezza, dell’affidabilità e della trasparenza.  A tal fine, la norma prevede che il datore di lavoro sia tenuto a fornire al lavoratore un’informativa trasparente sugli ambiti di impiego di sistemi di intelligenza artificiale richiamando quanto previsto dall’articolo 1-bis del decreto legislativo 26 maggio 1997, n. 152 (concernente l’obbligo del datore di lavoro di informare il lavoratore delle condizioni applicabili al contratto o al rapporto di lavoro). La citata norma del 1997, aggiornata a più riprese nel corso degli anni, prevede infatti che il datore di lavoro sia tenuto ad informare circa l’utilizzo di sistemi decisionali o di monitoraggio, integralmente automatizzati, deputati a fornire indicazioni rilevanti in materia di assunzione, conferimento dell’incarico, gestione e cessazione del rapporto di lavoro, assegnazione di compiti o mansioni, sorveglianza, valutazione, prestazioni e adempimento degli obblighi contrattuali da parte dei prestatori.  Oltre a ciò, si ricorda di non sottovalutare potenziali “interferenze” con l’articolo 4 della Legge n. 300/1970 in tema di impianti e altri strumenti dai quali derivi la possibilità di controllo a distanza dei lavoratori. L’ultimo comma del citato articolo 11 prescrive, infine, che l’intelligenza artificiale nell’organizzazione e nella gestione del rapporto di lavoro garantisca l’osservanza dei diritti inviolabili del lavoratore senza discriminazioni in funzione del sesso, dell’età, delle origini etniche, del credo religioso, dell’orientamento sessuale, delle opinioni politiche e delle condizioni personali, sociali ed economiche, in conformità al diritto dell’Unione europea. Proposizione apparentemente banale, se non fosse che, specialmente in passato, si è riscontrata, in alcuni modelli di intelligenza artificiale, la tendenza a riaffermare stereotipi di genere. Per monitorare l’impatto di queste nuove tecnologie nel mondo del lavoro, l’articolo 12 istituisce, Presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, uno specifico osservatorio, precisando che i componenti di tale ente non percepiranno compenso sotto alcuna forma. L’articolo 13 si sofferma invece specificamente sull’utilizzo dei sistemi di intelligenza artificiale nelle professioni intellettuali, ribadendo che essa deve restare contraddistinta dalla prevalenza del lavoro intellettuale oggetto della prestazione d’opera. In conclusione, l’implementazione dell’intelligenza artificiale nella propria azienda è, forse, strumento imprescindibile per fronteggiare la corsa all’innovazione in un’ottica di competitività, ma è bene non sottovalutare gli impatti che può avere rispettivamente alla normativa del lavoro, della proprietà intellettuale, della privacy e della tutela dei dati.  Data di pubblicazione Autore Aree di attività Assistenza Fiscale (7) Assistenza Legale (1) Consulenza del lavoro (1) Kreston-TDL (1)